| Relazione: Le Neuroscienze Criminali |
| Mercoledì 16 Gennaio 2008 10:39 |
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CONVEGNO LA SCENA DEL CRIMINE Relazione a cura di Danilo Dimitri e Michela Di Franco inerente l’intervento del: Le neuro-scienze criminali sono attualmente in una fase embrionale, hanno avuto un momento di forte sviluppo all’inizio del secolo scorso attraverso la Fisiognomica (Cesare Lombroso Verona, 6 novembre 1835 – Torino, 19 ottobre 1909) ma purtroppo gli anni susseguenti non furono produttivi come i precedenti, anzi le stesse ricerche precedentemente effettuate, furono soggette a dure critiche producendo un rallentamento degli studi. Oggi il proliferare di ricerche mostra un ritorno d’interesse imputabile, probabilmente, alla possibilità di avvalersi di metodologie e tecniche nuove, per lo studio neuro-anatomico e neuro-funzionale del comportamento degli individui, che hanno un margine di errore estremamente ridotto rispetto al passato e che consentono di superare alcuni limiti. Dico alcuni in quanto rimane un sostanziale limite riconducibile al diverso modus operandi che esiste tra la scienza e le dottrine giuridiche, limite che emerge dalla diversità di linguaggi tra il mondo giuridico, il mondo della criminologia ed il mondo delle neuro scienze. Difficoltà comunicativa che mostra però dei punti in comune tra le varie discipline, ad esempio prendendo spunto dalla relazione del prof. Ardizzone si può notare come anche la criminologia prevede ed elabora categorie che nascono dall’analisi empirica o sperimentale della scena del crimine, ed in questo senso la criminologia presenta delle analogie con il metodo sperimentale ( si veda il neuro-scienziato che parte dall’osservazione dei fatti e vi rimane molto spesso ancorato per la costruzione di categorie). Un altro punto che dovrebbe avvicinare la comunicazione tra i due mondi (criminologia e neuro-scienze) risiede nel fatto che in questo ambito si possono effettuare delle indagini sociologiche o di popolazione, le quali nascono rispettivamente dall’osservazione del comportamento o di pattern cerebrali di migliaia di individui studiati nella popolazione; oppure dallo studio delle relazioni che si instaurano tra gli individui. I primi studi (indagini sociologiche) hanno un valore limitato in sede criminologica, mentre la seconda tipologia di analisi (indagini di popolazione) sembra che in questi anni stia per essere rivalutata sia in ambito criminologico che legale. Ma se le neuro-scienze tendono ad effettuare un’analisi di popolazione concentrando l’attenzione su un campione di soggetti, la psicologia tout-cour e la psicologia clinica puntano il focus sul singolo individuo, per tanto quando il neuro-scienziato sostiene che certi pattern dell’attività cerebrale possono predisporre all’insorgenza di un comportamento criminale tende ad effettuare un’analisi di popolazione; al contrario lo psicologo clinico, occupandosi di singoli individui, fornirà un’analisi più completa che, pur non presupponendo una relazione causa-effetto, può risultare utile in sede peritale in un processo.
In questo senso è possibile prima applicare un’indagine che studi il singolo individuo e dopo far ricorso ad un’analisi di popolazione per un eventuale confronto , ma non solo, è possibile inoltre analizzare un comportamento criminale di un individuo con metodiche quantitative che misurano qualcosa di riproducibile secondo il metodo sperimentale in modo da non avvalersi soltanto di sensazioni e impressioni derivate dal colloquio clinico o dalla somministrazione di test ma di dati empirici. Tali metodiche quantitative misurano in modo sperimentale certe tipologie di comportamento, più precisamente substrati neuro-funzionali della corteccia cerebrale. L’avvento della tecnologia non ha comunque consentito di superare il problema posto all’inizio cioè il bis-match comunicativo tra il mondo giuridico ed il mondo scientifico ma ha permesso di enfatizzare punti comuni quali: il metodo sperimentale e la preferenza allo studio delle relazioni tra individui piuttosto che lo studio di indagini sociologiche tout-cour che, per quanto importantissime, in sede processuale possono risultare meno utili. Un altro elemento molto interessante è la reale situazione di confine che spesso si crea tra deficienza o inabilità mentale e l’essere vittima ma anche tra deficienza o l’inabilità mentale (anche se non clinicamente manifesta), ed il profilo del reo. Negli ultimi anni (dal 2005 in poi) ci siamo trovati di fronte ad un proliferare di articoli pubblicati sulle riviste scientifiche più quotate, e questo risveglio di interesse è testimoniato anche dalla presenza di articoli su riviste meno scientifiche, da romanzi noir molto diffusi come il recente di Patricia Cornwell incentrato sull’analisi neurofunzionale di profili tipici di un criminale.
Ma come si fa a comunicare meglio? A che cosa serve la figura del neuro-psicologo in sede processuale? Esistono oggi due approcci che possono fornire risposte più interessanti dal punto di vista quantitativo: l’approccio genetico e l’approccio neuro-funzionale derivato dalle neuro immagini. Il primo viene classificato “Genetico” perché esistono alcuni genotipi che sono stati associati ad un comportamento sociopatico, più genericamente criminale, o ad un comportamento aggressivo che può sfociare, in determinate condizioni ambientali, in un comportamento violento nei confronti del prossimo. Ecco perché l’avere un profilo genetico di questo tipo non individua un criminale, in quanto è necessario che la genetica interagisca con l’ambiente affinchè si determinino delle condizioni particolari e, non meno importante, è necessario che vi sia una vittima. Quando analizziamo tali profili genetici intendiamo alterazioni genetiche che si possono riscontrare nella popolazione umana, ma che predispongono i soggetti ad un’alterazione della funzione della parte frontale del cervello, ovvero quella che ha più strette relazioni con il comportamento normale e patologico. Ma cosa sono queste alterazioni genetiche? Sono alterazioni che modificano il metabolismo, quindi il destino (come viene prodotto,elaborato, immagazzinato e poi distrutto), di un neurotrasmettitore (sostanza necessaria per le sinapsi), come la Serotonina che regola non solo il mantenimento del tono dell’umore ma anche molti aspetti del nostro comportamento, tra i quali il comportamento aggressivo che risulta fisiologico entro certi limiti ma patologico quando non riesce ad essere controllato. Quindi,se la Serotonina non viene ben metabolizzata, cioè eliminata dal nostro cervello, finisce con l’ac*****ularsi determinando un comportamento fuori controllo, disinibito e disancorato dalle regole sociali fino a diventare aggressivo e violento. Era il 1991 quando negli Stati Uniti durante il processo contro Stephen Mobley accusato dell’assassinio del proprietario di una pizzeria e condannato alla massima pena, entrano in gioco i genetisti, chiamati in qualità di periti dagli avvocati difensori di S. Mobley , i genetisti individuarono nell’accusato la presenza di un’alterazione genetica che non permetteva la metabolizzazione della Serotonina, alterazione che riguardava un enzima chiamato MAO-V che portava ad un ac*****ulo del neurotrasmettitore (il tutto provato attraverso mappature, ottenute con metodi molto sofisticati, che mostravano una chiara mutazione del DNA). La prova non venne utilizzata dagli avvocati difensori di Stephen Mobley in quanto gli stessi familiari di quest’ultimo erano affetti da tale anomalia seppur con valori di espressività inferiori. Nel 2005 Stephen Mobley subì la pena capitale.
A differenza del precedente, l’approccio neuro-funzionale è una tipologia di studio che sfrutta le neuro immagini, fotografie effettuate con particolari strumenti che permettono di analizzare in maniera non invasiva il cervello di un soggetto, ( in vivo, senza anestesia ) e se ben fatte ed interpretate possono evidenziare quadri utili nell’individuazione di: profili patologici, profili normali di funzionamento, e confine stretto fra normalità e patologia. In maniera molto semplicistica, attraverso le neuroimmagini si possono analizzare due cose: A) Quanta materia grigia è presente nel cervello di un soggetto, effettuando un’analisi volumetrica ( tramite la misurazione dei cm³ ) della quantità di neuroni presenti nel cervello. B) Quando e quale parte del cervello si attiva inviando uno stimolo target. Quest’ultima analisi può tornare molto utile perché, al contrario della prima, ha un margine di errore inferiore soprattutto quando si tratta di stabilire la verità o si pensa di ridurre la pena a un soggetto ritenuto parzialmente infermo.
Infatti, se ci basassimo soltanto su analisi volumetriche dovremmo considerare alcuni individui macrocefalici dei geni, e al contrario individui come Dante Alighieri o Einsten (che avevano un cervello relativamente piccolo) quasi dei deficienti mentali ottenendo risultati erronei. Con l’analisi funzionale il range di errore si riduce notevolmente perchè si può contestualizzare l’analisi in un determinato momento e su un determinato soggetto. Studi recenti del 2007 effettuati attraverso la Risonanza Magnetica Funzionale, che studia il consumo di ossigeno da parte di alcune aree cerebrali durante lo svolgimento di compiti , mostrano la larga differenza nei determinati campi analizzati, attraverso un confronto tra l’attività metabolica di alcuni soggetti di controllo e quella di due soggetti già incriminati per gravi crimini seriali a sfondo sessuale. L’esperimento consisteva nel mostrare al soggetto alcune immagini raffiguranti oggetti concreti (ad esempio un paio di forbici), altre raffiguranti figure astratte inerenti emozioni (ad esempio la gelosia) in modo da poterne rilevare la valenza emotiva attraverso lo scanner di risonanza magnetica. La differenza tra i soggetti bisogna individuarla nelle zone cerebrali opportune, risulta inutile indagare le aree visive, le aree tattili (e così via!) perché qui troveremmo gli stessi valori sia nel caso in cui osservassimo un soggetto criminale, sia nel caso in cui osservassimo un soggetto di controllo. Piuttosto, se si analizzano le immagini della RMF inerenti il lobo frontale dell’emisfero destro, si nota che, nei criminali psicopatici studiati in questa ricerca, l’elaborazione di stimoli emotigeni di tipo astratto causa un’ iper-attivazione della corteccia prefrontale del cervello. Altra differenza si riscontra nelle zone più profonde del nostro cervello, le zone limbiche, porzioni del cervello che governano le espressioni di comportamenti più istintuali come quelli di rabbia, di aggressività, ma anche il comportamento sessuale e quello alimentare, tutti elementi tra loro collegati in fisiologia, in anatomia, in psicologia e in criminologia. Nell’ analisi delle regioni più profonde del cervello emerge qualche differenza tra soggetti criminali o psicopatici e soggetti “normali”, poiché nei primi si nota una maggiore attivazione dell’ Amigdala, regione cerebrale coinvolta nel comportamento emozionale sia quando i soggetti devono decifrare ed interpretare correttamente le emozioni in ricezione, sia quando devono esprimere le proprie; è per questo che i soggetti senza amigdala sono apatici e inerti, reagiscono poco agli stimoli esterni con valenza emotiva, trattandoli come se fossero stimoli concreti senza alcuna valore emozionale (es: un soggetto con amigdala ipo-funzionante alla vista di un serpente non proverà alcuna reazione fisiologica di paura, ma anzi lo toccherà e lo accarezzerà tranquillamente); contrariamente individui con iperattività dell’ amigdala mostrano un comportamento esagerato sia nella decodificazione di emozioni provenienti dall’ esterno sia nell’ espressione delle proprie emozioni. Se volessimo individuare le parti del cervello che possono avere maggiore interesse per la psicologia criminale o, più in generale, per la criminologia, indicheremo la zona prefrontale del cervello, soprattutto la parte destra e alcune regioni più profonde come l’ amigdala. Un altro studio di risonanza magnetica funzionale mostra come siano presenti delle differenze nell’elaborazione di emozioni alla vista di immagini negative, emerge che vi è un aumento di attivazione nelle regioni del cervello dei criminali psicopatici (anche questi serial-killer) rispetto a soggetti di controllo, ma ciò che si evince è una maggiore attivazione della zona del cervello ritenuta fino a pochi anni fa non in relazione con il comportamento, il “cervelletto”, zona che risulta fondamentale per il controllo del movimento ed interviene nell’ elaborazione delle emozioni e nell’ elaborazione del comportamento guidato dalle stesse. Il cervelletto è più attivo nel soggetto criminale rispetto al soggetto di controllo.
Un’altra importante differenza è ravvisabile dall’analisi volumetrica della corteccia prefrontale: confrontando soggetti psicopatici ,che hanno commesso un reato (omicidio), con soggetti psicopatici che non hanno commesso alcun reato, emerge l’esistenza di un ridotto volume della materia grigia nei primi. Tornando ai limiti posti in precedenza sottoliniamo il fatto che le ricerche presentate sono studi che avevano preso come target una popolazione ben definita di soggetti con una patologia non sempre clinicamente manifesta e riconosciuta in fase pre-delitto. Ciò può far scattare qualche domanda: - E’ possibile ipotizzare che studi di questo genere possano essere successivamente estesi ad una popolazione più ampia di soggetti, senza che questi abbiano una patologia mentale riconosciuta o abbiano già commesso un delitto? - Potremmo retrospettivamente pensare di poter utilizzare metodologie di questo tipo per cercare di fare analisi quantitative o correlazioni, per cercare di fornire un contributo all’identificazione del reo o, nel caso questo sia stato già identificato, fornire un contributo in fase processuale?
È difficile dirlo allo stato attuale. Esistono elementi pro e contro. Alcuni lasciano intravedere un’ ulteriore applicazione di questo genere di studi in sede processuale, altri sembrano disconoscere tali applicazioni. L’ elemento più interessante è la non indispensabilità di una patologia mentale o di una disabilità mentale manifesta, per riscontrare alterazioni genetiche che in un caso remoto possono portare ad un comportamento antisociale. Se si effettuasse un’analisi di risonanza magnetica funzionale a largo spettro su un numeroso campione, esponendo i soggetti a stimoli critici con valenza emozionale, riscontreremo che un ristretto gruppo dei soggetti presenta una soglia di attivazione anormale di quelle aree che abbiamo definito “critiche” per il comportamento aggressivo o per il rischio di comportamento sociopatico, rispetto a quelle dei soggetti di controllo ( scolarità, livello socio-culturale, ecc…). Questo vuol dire che questi soggetti sono a rischio? Che sono potenziali criminali? No, questo non potrà mai avere un ruolo causale ma può mostrare soltanto una mera associazione, si può solo descrivere che una determinata percentuale del campione preso in esame presenta un profilo neurofunzionale a rischio per l’insorgenza di comportamenti aggressivi. Quindi, se uno di questi soggetti fosse un giorno sospettato di omicidio, saremmo autorizzati ad avvalerci di questi risultati in sede processuale o investigativa? Ad oggi no, ma al contrario di un’indagine campionaria rivolta a più soggetti, un indagine individuale su più fronti (psicologico, neurologico ed investigativo) potrebbe fornire un miglior quadro del soggetto, , permettendo un miglior utilizzo in campo processuale.
Tratto da "La Scena Del Crimine...nella mente del reo..." Università degli Studi di Palermo,
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